Letture: “Pestilentia” di Stefano Mancini

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Trama: Un ragazzo in fuga da qualcosa che non doveva essere liberato. È l’inizio della fine. Quattro secoli dopo, il mondo è un ammasso purulento. Una pestilenza ha spazzato via quasi ogni forma di vita, e il gelo ha stretto nella sua morsa gli ultimi superstiti. Fantasy distopico e postapocalittico. Quando la setta eretica della Mors Atra trafuga la più potente reliquia della Chiesa di Nergal, ultimo faro contro la decadenza, padre Oberon si ribella. E convoca Eckhard, devoto cavaliere della Fratellanza. Ispirato dalla fede, questi darà vita a uno spietato inseguimento sulle tracce della ladra Shree e del suo insolito compagno di viaggio, un eretico appartenente alla razza dei gha’unt. Perché la reliquia va recuperata a ogni costo. O il suo terribile segreto trascinerà nel baratro la chiesa, condannando il mondo all’oblio.


Le mie impressioni: 3/5

La trama affonda nell’umano. Egoismo, giochi di potere, menzogne, ciò che di più incontrollabile può penetrare nella sua intimità: la malattia. E rivela una natura affamata, simile a ciò che lo uccide.
Un passato distopico, spade e cavalieri della fratellanza, giuramenti e promesse di vendetta, una razza antica: i gha’unt. Non sempre il male viene commesso con l’intenzione di ferire, né il sacrificio per salvare: questo romanzo lo mette in luce nelle tenebre della pestilenza, senza mezzi termini.

Il plot segue la linea dell’imprevisto e della partenza, c’è movimento, sembra il destino o la fortuna a decidere, ma non solo. Così, se un’antica reliquia muove la trama e le vite dei protagonisti, è l’intreccio a pulsare il sangue del romanzo, e lo fa davvero bene. Le vicende spezzate e poi collegate nella giusta sequenza si raccontano in modo apprezzabile e fluido, lasciano la giusta attesa a ciò che dovrà accadere, poi colpiscono. Ed è proprio ciò che deve accadere a restare nell’ombra fino alle rivelazioni, ai colpi di scena tanto attesi.

Lo stile accompagna bene la storia.
Le descrizioni trasmettono l’atmosfera soffocata dalla pestilenza, la luce diretta del Sole inesistente, la morsa del gelo implacabile.
I dialoghi sono adeguati. Solo poche volte ripetitivi: come se la scena si ripetesse per mancanza di argomenti; altre volte sono invece lunghe elucubrazioni in cui rispecchia una chiesa – paragonabile a quella conosciuta – portatrice di vecchi e nuovi errori. Non mancano gli ‘spiegoni’, notizie di fatti già letti nel romanzo e riportati da un personaggio all’altro, ma a volte possono essere utili per ricordare o tenere a mente una vicenda importante.
La struttura generale è davvero molto buona: al cardiopalma nella prima parte, perde un po’ di azione nella seconda metà del testo, ma il capitolo finale ripaga buona parte della ‘staticità’ affrontata in quelli precedenti.

In conclusione una buona lettura: molti colpi di scena, evoluzione dei personaggi, un po’ di spazio per i sentimenti, intreccio ottimo e un finale che ho apprezzato.

Per quanto riguarda la copertina: stupenda. Ma chi si aspetta di trovare degli zombie, oppure una morte inseguitrice dalla quale scappare col fiato corto resterà deluso.

Consigliato.

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